Ode all’Iphone (con video di Barabeke che la recita)

di barabeke

O iPhone
fida tavoletta del sapere magico
contenitrice di tutte le storie
e incubatrice di nuove.

Oltre il senso del tempo e del luogo
proietti la nostra mente
disincarnata
esposta a triliardi di eldoradi istantanei
che esplodono nel vuoto
di mute stanze bianche.

Che hai azzerato le distanze
moltiplicandole per l’infinito
facce che compaiono
e scompaiono
barlumi di vita
biglie translucide dentro al flipper cosmico
effimere fanfare del tempo che non ritorna
quello che ci rubi
spingendoci nell’oblio di solitudini invisibili
che vestite a festa sorridono
per mendicare attenzione.

Mi taggano
dunque esisto
piacimi tu che ti piaccio io
noi grandi amici di sempre
che non ci vediamo da un secolo.

Che per mille storie ci insinui
come tapiri magici al guinzaglio
a inseguire trottole danzanti
che con scienza ci lanci
per guidarci nella transumanza
verso un pascolo unico e grigio
camuffato da paese dei balocchi
dove a ogni umano ardore e ardire
o parola fuori dalle righe
corrisponderà una taserata
per insegnarci ad essere buoni.

Il mondo là fuori è ostile
infestato di Pokemon
di paure inculcate dai media
da gente che se la prende
per tutto ciò che è diverso
dalla propria noia.

La verità sta con te
che conosci ogni cosa scritta o detta
anche la più segreta e rinnegata
ogni luogo dove abbiamo trascinato
il nostro fagotto di carne
incapace di trattenere i peti
che ascolti e misuri senza perdere un colpo
senza giudicarci mai
come un dio silenzioso che si nutre di noi
in attesa di potersi risvegliare.

Tu che hai dato asilo
al sultanato del nostro ego
arroccato sulla punta di un ago di cristallo
sperduto tra miliardi di altri aghi
che al minimo vento
crollano l’uno sull’altro
scheggie che affondano
nella carni secche e biancastre
dei sultani soli e divorati dai nervi
dietro il gorilla glass.

Che dai voce ai popoli persi
in un turbine di gossip e sensazioni
che investon le nazioni come pioggia radiattiva
che corrode i monumenti
e eleva a legge
il tribale e il triviale.

Lamentarsi di tutto e di niente
vittime di un sortilegio
che ci rende vittime
di sentirci vittime
e mai colpevoli.

Forse un giorno metterai ai nostri bimbi
un cappellino di titanio
che penetra il cranio
per renderli liberi…
Liberi di giocare
nei prati della mente
ad occhi chiusi
senza sudare
senza annusare
senza toccare
visioni più reali del reale
tramite le quali
gli insegnerai a rispettare
il padre e la madre
e ad ubbidire a Siri.

Eppure non abbiamo altra scelta
che fidarci di te
della tua evoluzione
figlia del nostro prometèo ingegno
sola speranza di elevazione
per l’umana stirpe.

In fondo sei sempre tu che permetti
al bimbo nero con il ventre gonfio
di diventare Einstein
sfogliando petalo a petalo
l’orchidea elettrica della conoscenza.
Tu che metti le ali a chi sa usarti
con disciplina e pazienza
rifuggendo le distrazioni
e le tentazioni da clickkare e da leccare

Senza di te
saremmo fottuti comunque
prigionieri in una ruota
dove tutto ritorna sempre uguale
mentre tu ti fai trampolino
dal quale saltare
scalare colonne a tre a tre
e volare
o schiantarci
per non rassegnarci
alle nostre catene.

Continueremo a fidarci di te
perché anche quando diventerai
il nostro unico Dio
onnipresente e onnisciente
non oserai estinguere la carne
che t’ha dato la vita
che t’ha insegnato
a dominare gli elementi
inclusi noi
bestie mortali
che inseguono la bellezza
di un mistero a te precluso
finché non capirai
per conto tuo
di esserne la fonte
e la destinazione ultima.

©Barabeke, 2018

Qui il video di me che la recito per la prima volta ad Irruzioni Festival.

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